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Adriano Lombardi
Era nato a Ponsacco, provincia di Pisa, è morto a Mercogliano, provincia di Avellino. Era un toscanaccio dalla parlantina facile, è diventato un irpino testardo e lottatore. Calciatore, capitano, allenatore, presidente onorario dell'Us Avellino: era rosso di capelli ma nelle sue vene, oramai, scorreva sangue biancoverde. Da calciatore era la mente in campo, il leader che sbrogliava le situazioni più intricate: «Date la palla ad Adriano», urlavano gli allenatori dalla panchina. E lui, testa alta, costruiva le geometrie della squadra. Da allenatore era aperto al confronto, sicuro delle scelte, leale con gli atleti. Da presidente onorario, costretto sulla sedia a rotelle e con la vita che gli sfuggiva, non perdeva occasione - anche su questo giornale - per incitare la squadra a reagire, a combattere. Adriano Lombardi è stato il simbolo del «miracolo Avellino», una squadra operaia capace di competere con le grandi del calcio. É giusto, allora, che la sua maglia, la numero 10, diventi la bandiera dell'Avellino. Per rendere onore a Maradona, Baresi, Riva, i capitani-simbolo di Napoli, Milan e Cagliari, le società hanno ritirato le loro maglie di gioco: nessuno, dopo di loro, indosserà la numero 10 azzurra, la numero 6 rossonera, la numero 11 rossoblu. Un gesto simbolico nei confronti di chi ha contribuito a scrivere le pagine più gloriose della squadra. Un gesto, crediamo, dovuto anche ad Adriano Lombardi, legato all'Avellino fino alla morte. I Pugliese ritirino la maglia biancoverde numero 10, la maglia di Adriano: nessuno dopo di lui (regolamenti permettendo) dovrà più indossarla. Quella maglia, con quel numero, ora deve appartenere soltanto alla Storia dell'Avellino.
bastava la parola. Oppure, il rosso di Ponsacco, come da soprannome di lungo corso. Ed era lui, Adriano Lombardi, una sorta di istituzione per l’Avellino calciofila. Tecnica pregevole e cervello fino, in campo. E poi: petto in fuori, testa alta, visione periferica, lancio al millimentro. Carattere forte e lingua affilata, fuori dal campo. Nessuna concessione, seppur minima, alla ruffianeria. Era così, Adriano Lombardi, un uomo vero. E, per questo, ben voluto. Ad Avellino era giunto nell’estate del 1975, quando ormai le primavere andavano verso la trentina. Una delle ultime tappe di una carriera lunga 18 anni, che lo aveva condotto in giro per l’Italia: dalle giovanili della Fiorentina all’Empoli, dal Lecco al Como, da Piacenza a Perugia. Quindi, Avellino: il luogo che gli è rimasto nel cuore. In biancoverde, un punto fermo, fin dall’inizio. In mezzo al campo, regista d’altri tempi, come ora se ne vedono pochi in giro. Tre stagioni in B, il pieno di presenze: 30 il primo anno, 36 il secondo, 31 il terzo. E un po’ di gol, che pure non era la sua specialità: solo 1 nella prima stagione, 3 nella seconda, ben 9 nella terza. Gol pesanti, fin quasi alla doppia cifra, nell’anno della promozione. Era l’estate del ’78: un’intera città viveva una favola e si specchiava nel suo capitano.
La serie A, un sogno a occhi aperti, anche per lui. La prima, a San Siro, la Scala del calcio, contro il Milan. E il picco di notorietà per Adriano Lombardi, che volentieri ne avrebbe fatto a meno: dimenticò i documenti, l’arbitro Mattei non volle sentir ragioni, lo costrinse ad accomodarsi in tribuna. Un inizio col piede sbagliato, ma una stagiona esaltante, chiusa con la salvezza all’ultima giornata, a Torino con la Juventus (per Lombardi, 24 presenze). A fine stagione, il saluto. Con un mare di ricordi, prima portati con sé, più in là esternati: «Una grande esperienza quella di Avellino. Giocavo con Roggi, con Montesi, che sul calcio diceva cose terribili ma vere, con Galasso che era di Lotta Continua». Avellino, il posto del cuore. Ci sarebbe tornato da allenatore: una, due, tre volte. Nella stagione 1989-90, in serie B, subentrò a Sonetti e rimase in panchina per le ultime 15 giornate. Poi, nel 1992-93, in C1, con Tedeschi presidente: un campionato in chiaroscuro. Infine, nel 1997-98, ancora in C1: prese il posto di Morinini, andò avanti per 12 giornate, inseguì il sogno dei play-off, poi si dimise ribellandosi alle ingerenze di Sibilia. Calciatore e allenatore, ma non solo. Anche presidente onorario, quando ormai il male aveva cominciato a minarne il fisico. Frequenti le sue apparizioni in tribuna, sorridente e disponibile, seppur costretto su una sedia a rotelle. La carica l’aveva conservata, anche se allo stadio non poteva più andare. Sempre legato all’Avellino, fino all’ultimo dei suoi giorni.